Contesto interpretazione e l’esperienza della sofferenza – Dott.ssa Maria Angela Callari

In tutti questi anni di professione esercitata fra Sud e Nord Italia,  ho ascoltato e visto molte “cose”, studiato molte dinamiche familiari, professionali, sociali e ho concluso che curarsi fa parte solo della prevenzione, mentre curarsi della neoplasia prevede una rottura col mondo cosiddetto civile, dopo essersi accorti che è incivile, che passa attraverso le nostre vite, la nostra buona fede e la nostra negazione del bisogno, mentre per perdere l’identità di persona e assumere quella di cittadino, basta un attimo.
Narrare la propria storia è un lusso, che non tutti i pazienti possono permettersi il tempo di avere, che non tutti gli psicologi si possono permettere di ascoltare veramente.
E mentre stiamo ancora a discutere dei veri ruoli ospedalieri, di chi fa o dovrebbe fare che cosa, tutte queste figure che ruotano attorno al paziente lo trasformano nell’identità, nelle sue capacità mentali e cognitive afflitte dalla regressione emozionale, dall’alessitimia, per farne un prototipo, un diverso che però alla fine è uguale a tutti gli altri. È vero, il cancro è democratico, la cura no”.

L’“aggiunta” dell’antropologia medico-culturale alla biomedicina consente di focalizzare la relazione col paziente e il vissuto dello stesso nella diagnosi della malattia, ma non solo, consente all’oncologo e al medico in genere di valutare la sofferenza anche come sintomo psico-sociale al fine di non somministrare cure senza una vera guarigione.

Se la malattia è l’ultima difesa per un paziente, i suoi lamenti, il suo dolore va ascoltato e interpretato: un medico dovrebbe avere quella sensibilità culturale che lo aiuti a sistematizzare la componente culturale e cioè il pensiero del paziente catalogato per sesso, provenienza età e altre caratteristiche sul suo stile di vita al fine di consentire una precisa “voce” che corredi gli schemi diagnostici prima e terapeutici poi all’interno di una cornice che interconnetta il pensiero situato del paziente e quello situato del medico.

Il senso della malattia e la stessa dipendono da dove e da come sono vissute e consentono di fare valutazioni che meglio si addicono a ciascuno di loro. La malattia stessa è l’espressione di malesseri che non vanno etichettati e raccontati come “folk” dal medico ma inseriti in un contesto di accoglienza e interpretati secondo punti di vista che non ridicolizzino il suo vissuto né rappresentino tradimenti del suo stesso corpo anche davanti a una serie di esami negativi per qualsivoglia segno patologico.

Dott.ssa Angela Maria Callari, oncologa e psicoterapeuta, dopo la laurea e la specializzazione in Oncologia, è stata dirigente medico presso l’Ospedale Oncologico di Palermo, e in seguito, ha anche lavorato anche per qualche anno in Lombardia dove si è specializzata in Psicoterapia Transculturale. Ha più di venti anni di carriera oncologica alle spalle e da oltre quindici anni, si interessa al mondo oncologico come antropologo sul campo, studiando i pazienti, ma anche i suoi colleghi e il mondo che li ospita. Ha pubblicato su riviste oncologiche, ma il suo pensiero è rivolto, soprattutto, al mondo e alla cultura interiore, declinando la sua esperienza anche in senso letterario. Con l’editore Thule ha pubblicato il suo primo testo La Luce Possibile (Premio Giardina), ha pubblicato inoltre Tradizioni popolari e tumori, un impianto di studio sulla popolazione di Ravanusa. Più recentemente con Armando Editore ha pubblicato, nella collana di Antropologia Medica, il libro Verso un’antropologia del cancro, testo che sintetizza, come in un mosaico, le sue osservazioni inerenti il pianeta cancro, le esigenze pressanti di questo mondo e le sue contraddizioni. Si è dimessa da medico oncologo dalle Istituzioni pubbliche per rimanere al fianco del suo paziente e della sua famiglia.

Relatrice al VI convegno di Oncologi e Medicina integrata  con una relazione dal titolo: “Contesto, interpretazione  e l’esperienza della sofferenza“.

www.convegnoncologiaintegrata.it

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