Il percorso di cura di un bambino malato è bui: come va illuminato

Un altro gradito ospite al 6 Convegno di Oncologia e Medicina  Integrata è il dottor Momcilo Jankovic, conosciuto anche come “Dottor sorriso”. Pediatra ed ematologo, nonché responsabile del Day hospital del reparto di Ematologia Pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza dal 1982 al 2016, Fa parte del Comitato di Bioetica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dal 2010. Ha al suo attivo oltre 500 pubblicazioni scientifiche su riviste di settore, ma soprattutto è diventato noto per la sua empatia con i pazienti,  e capacità di ascoltare e aiutare gli altri, anche nel loro ultimo tratto di vita. Si è sempre occupato e si occupa della cura e lo studio della leucemia infantile raggiungendo percentuali di guarigione intorno all’80% acquisendo fama internazionale. Autore del libro “Ne vale sempre la pena. Il Dottor Sorriso, i suoi pazienti e il vero valore della vita” .

Scoprire che il proprio figlio ha la leucemia, racconta il dott. Jankovic, vuol dire capire che la vita non è nostra, è fragile e aleatoria. E quando capiamo che la vita non è quello che credevamo, come cambia a quel punto il suo senso per noi? Solo chi vive nella frontiera fra vita e morte può rispondere.
Ho fatto dell’ascolto e della terapia medica la mia missione, nella convinzione che se la medicina non può guarire tutti, ha il dovere di offrire una qualità di vita alta a tutti. Generosità ed empatia con ogni paziente mi hanno insegnato che la nostra vita non è mai solo nostra e mi hanno fatto capire che nella resilienza alle difficoltà viene prodotta tanta bellezza, come il mollusco fa con la madreperla; e che occorre aprire gli occhi sul peccato più insidioso, l’abitudine alla vita.
È questo calore umano il dono che vorrei trasmettere, quel calore che tutti riconosciamo, come la luce del sole negli occhi chiusi. È una forma di amore che ci spinge oltre noi stessi, e sa svelarci quanto la vita valga sempre la
pena viverla.
Ecco quindi l’importanza di scoprire e dare un ruolo effettivo a quelle attività non strettamente tecnico-scientifiche o mediche in grado però di aiutare. Chi è in difficoltà fisica e psicologica ad apprezzare quella “normalità” di vita non
facile da raggiungere e a far sì che la “cicatrice” della malattia non provochi un dolore intrattabile.
Che cos’è in fondo una cicatrice? Che significato ha? Che futuro ha? Alla prima domanda potrei dire: riparazione di un tessuto lesionato da qualcosa di esterno; alla seconda domanda: guarigione di un tessuto danneggiato; alla  terza domanda: può far tornare il tessuto funzionante e bello ma può anche lasciarlo esuberante o sgradevole.

La malattia tumorale danneggia il tessuto di chi ne viene colpito e lo danneggia materialmente ma anche psicologicamente, e allora come è corretto e vantaggioso curarla?

Creando forza, reattività’, resilienza…e attivando l’arte della distrazione . Nulla però è scontato e gratuito. Gli eventi (compresa la malattia) vanno capiti, accettati non passivamente ma con il “disegno” di “ricostruire” qualcosa, vanno rivalutati cogliendo il significato di insegnamento che possono avere e valorizzati in maniera costruttiva.

E allora tutto può diventare “arte” e dare colore e lucentezza a chi la realizza.

Le “cicatrici” non devono rimanere uno sterile tessuto ripartivo ma un tessuto rigenerante e quindi ancora vivo…e questo è straordinario. Le cicatrici quindi non devono essere un tessuto “morto” (privo di vita) ma il segno di un trascorso doloroso, brutto, difficile, pericoloso ma capace di ridare bellezza a chi l’ha subita.

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