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Dal pensiero separativo all’empatia eticamente orientata: un nuovo modo di ascoltare il malato e prevenire molta inutile sofferenza

La sofferenza comunicativa che circonda un malato è enorme, e ha inizio con il modo in cui la diagnosi gli viene comunicata. Spesso il medico è a disagio: all’università non ha perlopiù studiato comunicazione, e si nasconde dietro le statistiche, dimenticando che ogni persona è unica e inimitabile, ha una sua resilienza e delle risorse che le sono proprie, di cui le statistiche non tengono conto. E che se mi si dice che statisticamente mangio 12 polli all’anno la cosa è ridicola perché io sono vegetariana.

Il rimedio è imparare a comunicare, e questo inizia dall’imparare ad ascoltare da uno stato aperto ed empatico, eticamente orientato alla compassione. Sappiamo dalle ricerche neuroscientifiche più recenti che le aree del cervello che si attivano con l’empatia non sono le stesse che si attivano con la compassione, per cui la seconda previene il pericolo di “fusione”, temuto in medicina perché – giustamente – il curante rischierebbe di farsi carico di tutta la sofferenza del malato confondendosi con lui.

La cosa interessante è che entrambe, l’empatia e la compassione, sono qualità innate della nostra mente, semplicemente non sviluppate appieno in una società che sollecita fin da bambini altre parti del nostro cervello per renderci competitivi in base ai suoi valori.  E la cosa più interessante ancora, è che il nostro cervello è neuroplastico e lo possiamo “addestrare” all’empatia e alla compassione attraverso l’induzione ripetitiva di tali stati.

La tradizione tanatologica tibetana sostiene il malato con una serie di pratiche meditative dette appunto “della compassione”, che oggi sappiamo produrre nel cervello dei cambiamenti notevoli con un addestramento alla portata di tutti, senza alcuna connotazione religiosa.

Unendo neuroscienze, neurocardiologia, e fisica quantistica con queste antiche tradizioni è nato ECEL, un metodo di accompagnamento del malato che parte dalla diagnosi infausta e lo accompagna nel percorso della malattia.

L’addestramento è per i curanti, gli accompagnatori, i famigliari; e naturalmente, anche per il malato, che diventa così protagonista di una nuova comunicazione con coloro che lo circondano.

25 anni di esperienza di accompagnamento mi hanno insegnato che possiamo arrivare al malato persino quando ce ne è precluso l’accesso, perché tutti siamo correlati: basta poter trasformare la comunicazione di uno dei protagonisti della storia (il curante, il malato, il famigliare) perché la storia cambi, un po’ come basta cambiare un addendo di un’addizione perché cambi il risultato.

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