L’azione anti-cancro della melatonina

Prof. Paolo Lissoni, Medico chirurgo esperto in Psiconeuroendocrinoimmunologia e in Immunoendocrinoterapia oncologica, con specializzazione nello studio della ghiandola pineale, Relatore al 2° Convegno di Oncologia Integrata , 4 Marzo 2018, Forum Monzani -Modena.

(…) L’azione anti-cancro della Melatonina (MLT) può venire aumentata dalla somministrazione concomitante di alcune piante con proprietà anti-tumorali, in particolare l’Aloe, la Mirra, la Magnolia e la Cannabis, ma la MLT rappresenta la sola molecola esistente in grado di agire su tutte le 6 fasi della progressione neoplastica:

1) pre-esistenza di uno stato di immunosoppressione (da stress, da depressione, da campi magnetici, da inversione del ritmo sonno-veglia), che determina una progressiva alterazione nel controllo psico-neuro- endocrino del sistema immunitario

2) trasformazione della singola cellula in senso neoplastico

3) alterazione delle giunzioni inter-cellulari e conseguente cambio
nella matrice inter-cellulare

4) neo-angiogenesi indotta dal cambio nella matrice inter-cellulare

5)produzione tumorale di citochine immunosoppressive

6) espressione tumorale del Fas-L, con conseguente apoptosi T linfocitaria nel caso di contatto con la cellula tumorale.

Da un punto di vista strettamente palliativo, la MLT a dosi moderatamente farmacologiche si è dimostrata efficace nel trattamento dei
seguenti sintomi della malattia neoplastica: piastrinopenia, astenia, cachessia neoplastica (per inibizione della produzione di TNF-alfa), depressione del tono dell’umore, dolore in associazione ad oppiacei o cannabinoidi, linfocitopenia e vomito anticipatorio, molto meno nella cura dell’anemia, della neutropenia, del vomito da chemioterapia e nullo nella alopecia da chemioterapia e radioterapia.

A livello sperimentale il ruolo anti-cancro della pineale e più specificatamente della MLT è noto da circa 80 anni ed a livello clinico quanto meno da quasi 50 anni, ma ciononostante il Mondo oncologico pare restare muto dinnanzi alla pineale, non solo come applicazione, ma perfino a livello di conoscenza, con le sole eccezioni rappresentate dall’URSS allorchè l’allora presidente Giuseppe Stalin nel 1947 aveva dato espressamente l’ordine di iniziare a studiare i rapporti fra pineale e cancro, dell’endocrinologo Molinatti di Torino, che nel 1954 iniziò a studiare gli effetti anti-tumorali degli estratti della pineale, del Dr Starr a Cleveland, che nel 1970 fu il primo
a studiare gli effetti anti-cancro della MLT, dopo la sua scoperta da parte di Starr attorno al 1970 ed infine dal gruppo nord-italiano- ticinese, costituito da figure quali Di Bella, Fraschini, Lissoni, Rovelli, Maestroni, Conti e Pierpaoli.

Diceva Luigi Di Bella: “La MLT non cura da sola il cancro, ma è impensabile curare il cancro senza la MLT” .

Alla luce di questi dati diventa pertanto non solo umanamente drammatica, ma scientificamente erronea e superata la distinzione fra Terapie Curative e Terapia Palliative del Cancro, dal momento che il miglior modo sia per migliorare la qualità di vita dei pazienti oncologici che per curare i vari sintomi è correggere le alterazioni endocrine ed immuni, presenti nel paziente oncologici ed oggi oggettivabili mediante semplice prelievo di sangue. Fino a poco tempo fa la valutazione dello stato immunitario del paziente oncologico richiedeva complesse e costose indagini di laboratorio. Recenti studi hanno invece fortunatamente dimostrato che lo stato immunitario del paziente
oncologico può venire semplicemente dedotto all’esame emocromo-citometrico dal rapporto fra linfociti e monociti (LMR), che nella norma deve essere almeno superiore a 2, correlandosi il numero dei monociti sia con il livello di infiltrazione macrofagica intra-tumorale, che stimola la proliferazione maligna, che del numero stesso dei linfociti T reg.

Ciononostante la valutazione dello stato immunitario non rientra ancora nei parametri valutativi dell’attuale Oncologia Medica. Ne consegue che concetti quali “il mettere il malato al centro” o “la personalizzazione della cura oncologica” non può ridursi alla sola relazione di empatia da avere con il paziente, né al scegliere la terapia più adeguata sulla sola espressione o non da parte tumorale di determinati markers, limitandosi pertanto a valutare il tumore e non il paziente se non come portatore passivo del suo tumore, ma devono all’opposto tradursi in una valutazione globale del paziente nella sua trinitaria identità fisico-biologica, psichica e spirituale, intendendo per analisi biologica innanzitutto l’analisi dello stato immunitario del paziente, per analisi clinica l’esplorazione del vissuto psico-sessuale del
paziente, indagabile mediante tests proiettivi quali quello di Rorshach e per indagine spirituale non la valutazione della semplice osservanza o non di una determinata religione, bensì lo stato di coscienza d’amore e fede quale affidamento all’Unità della Vita. Risulta pertanto illusorio stabilire cosa sia la qualità di vita ottimale e cosa significhi la personalizzazione della cura senza prima avere definito il tipo di
antropologia che in forma implicita sottostà sempre e comunque ad ogni atto terapeutico, se basata su una concezione negativa o positiva della natura umana, se fondata sulla natura morale e razionale dell’essere umano o su quella spirituale, se finalizzata a togliere il dolore ed a riparare o ad indurre il piacere e rigenerare il corpo e in definitiva se basata sulla armonica comunione fra Piacere sensoreo materiale e gioia spirituale vivendo il Piacere come esperienza dello Spirito, dal bicchiere di vino all’amplesso sessuale, o all’opposto sulla antitesi fra sensibilità spirituale e piacere erotico-sensoriale. Le due tematiche della Spiritualità e del Piacere devono pertanto avere accesso nella gestione clinica del paziente oncologico.

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